In 15 anni duecentomila laureati hanno lasciato il Sud. I dati dello Svimez interpellano la politica: come porre rimedio all’emorragia di giovani risorse? “E’ un problema storico che affligge il mezzogiorno. Ma rispetto ad altri approcci la prima distinzione sta nel fatto che noi non siamo contrari a che molti giovani possano e vogliano andare all’estero. Non deve essere però  una costrizione, deve essere una libera scelta. Il dramma è quando questo diventa una necessità. O quando le migliori menti trovano molte opportunità all’estero al punto da preferire non tornare”. Ciò detto, “oggi per il mezzogiorno si aprono opportunità enormi. Rispetto al passato questa e’ la vera differenza. Assumere un giovane al sud diventa molto più conveniente che al nord. Basti citare misure come il credito d’imposta, o di recente, la decontribuzione”. Ma il basso costo del lavoro, in assenza di investimenti, rischia di non essere sufficiente. “Attrarre investimenti è la vera sfida del mondo globalizzato. La chiave però è  investire in qualità, che al Sud vuol dire investire in primo luogo sulla vera risorsa, il capitale umano. La formazione e la capacità di un’azienda di vendere all’estero sono da questo punto di vista le vere leve nella competizione globale”. Nella ripresa generale, i dati delle esportazioni sono particolarmente positivi. “Ci dicono che al Sud c’è un aumento dell’export a doppia cifra. E questo è il risultato di un incremento dimensionale delle imprese e delle aziende oltre i 15 dipendenti. Se proprio dobbiamo dirla tutta, è grazie al jobs act che c’è stato un incremento da 8mila a 12mila imprese in più al mese oltre quella soglia. Questo consente di avere un’ossatura imprenditoriale che è maggiormente in grado di investire coi competitor nel mondo. La vera sfida per il Mezzogiorno si gioca su questo terreno”.